Qualche giorno fa un video di pochi secondi, girato durante una finale di beach volley, ha fatto il giro dei social e dei salotti sportivi. Non voglio raccontare di nuovo i fatti: sono già stati scritti, commentati, difesi, condannati. Le persone coinvolte hanno parlato, la Federazione ha preso posizione, gli accertamenti sono in corso presso le sedi competenti. Su quello non aggiungo altro, e non nomino nessuno: non è quello il punto di questo pezzo.
[Se ve lo siete perso, vi lascio il link al mio post linkedin: https://lnkd.in/p/eGrB5KuF Vi consiglio di leggere anche i commenti.]
Il punto è cosa resta, dopo che il caso specifico sarà chiuso. E per capirlo, mi sono fatto aiutare, senza saperlo, da decine di persone che nei giorni scorsi hanno commentato, criticato, difeso, chiesto chiarimenti sotto un mio post su Facebook e su LinkedIn. Quei commenti, messi insieme, valgono più di qualsiasi mia riflessione isolata.
Il problema non è la telecamera, è quello che non riprende
Uno dei commenti più lucidi che ho ricevuto diceva più o meno: ero presente, dal vivo nessuno si era accorto di nulla; peccato per le telecamere. Lo dico senza ironia: aveva ragione a metà. È vero che dal vivo, nel caos di una finale, certi gesti passano inosservati. Ma è proprio questo il problema, non l’attenuante.
Se un comportamento diventa visibile solo quando una telecamera lo cattura per caso, significa che normalmente resta invisibile. E quello che resta invisibile, nello sport come altrove, tende a essere anche quello che si ripete di più. Per ogni episodio che finisce in televisione, quanti ne restano dentro una palestra qualunque, in un pomeriggio feriale, senza nessuno a documentarli? Non lo sappiamo, ed è esattamente per questo che dovrebbe preoccuparci più di quello che abbiamo visto.
C’è anche un altro modo di guardare alla stessa telecamera, ed è quello della responsabilità che viene con la visibilità. Chi allena o dirige ad alto livello, che lo voglia o no, diventa un esempio nel momento in cui viene inquadrato: nel bene, quando trasmette il modo giusto di stare in campo, e nel male, quando trasmette il contrario. Non è una colpa aggiuntiva rispetto a chi opera lontano dai riflettori, ma un livello di esposizione diverso, che porta con sé un livello di attenzione diverso. Anche per questo la competenza tecnica di chi allena e il limite di comportamento che non va superato restano due piani distinti: si può essere ottimi tecnici, con anni di risultati alle spalle, e avere comunque, in un momento specifico, superato un confine. Le due cose non si escludono a vicenda, e riconoscerlo non significa mettere in discussione l’una per affermare l’altra.
La fiducia personale non sostituisce il limite collettivo
Un altro filo che ho ritrovato più volte nei commenti riguarda il rapporto tra dirigente, allenatore e atleta: se tra le persone coinvolte il legame di stima e fiducia resta solido, ha ancora senso parlarne? La domanda è onesta, e la risposta, per me, è sì, ma non per sfiducia verso chi quel rapporto lo vive.
Un legame umano forte, costruito in anni di lavoro insieme, è una cosa vera e va rispettata. Ma è anche, paradossalmente, il terreno in cui certi comportamenti si normalizzano più facilmente: proprio perché ci si fida, si tende a minimizzare, a leggere come “carattere” quello che in un rapporto meno consolidato salterebbe subito all’occhio come un limite superato. La cultura del safeguarding non nasce per mettere in dubbio la fiducia tra le persone. Nasce per garantire che quella fiducia non diventi, senza che nessuno se ne accorga, il motivo per cui certi confini si allargano un po’ alla volta.
Perché serve un terzo, anche quando le cose “si sistemano da sole”
C’è poi un tema più strutturale, ed è forse quello che mi ha fatto riflettere di più: lo squilibrio di potere. In qualsiasi rapporto tra chi allena e chi viene allenato, che si parli di una nazionale o di un settore giovanile in un piccolo palazzetto, c’è una parte che decide le convocazioni, gli spazi, le opportunità, e una parte che da quelle decisioni dipende, professionalmente o semplicemente emotivamente.
In un rapporto così, chiedere alla persona più esposta di essere anche l’unica responsabile di segnalare, denunciare, dire basta, significa scaricare su di lei un peso che non le appartiene da sola. Ecco perché avere un organismo terzo che possa accertare i fatti, indipendentemente da quanto la relazione personale sembri già “risolta”, non è un atto di sfiducia verso gli atleti. È l’opposto: è la garanzia che la loro voce, quando c’è, possa essere ascoltata anche nei casi in cui, per mille ragioni comprensibili, non riuscirebbe a farsi sentire da sola.
Una responsabilità che riguarda soprattutto chi sta a bordo campo
Nel volley giovanile, dove la stragrande maggioranza a giocare sono ragazze, questo discorso ha un peso ancora maggiore. Perché è lì che si costruisce l’idea di cosa sia “normale” accettare da un adulto che guida un gruppo, e quell’idea, una volta formata, tende a restare anche quando si cresce, in campo e fuori.
Per questo credo che la responsabilità non riguardi solo chi allena, ma tutto ciò che sta intorno: dirigenti, arbitri, chi forma i tecnici, chi decide cosa si tollera e cosa no anche quando non c’è una telecamera puntata addosso. Le società più piccole, quelle portate avanti da volontari appassionati con poche risorse, non devono viverla come un ulteriore peso burocratico: avere una figura di riferimento per la tutela, anche in un piccolo club, è oggi anche un segnale di qualità per le famiglie che scelgono dove portare i propri figli a fare sport, allo stesso modo in cui si guarda se c’è un defibrillatore o un primo soccorso adeguato.
Cosa mi porto nelle aule
Faccio anche il docente per la Fipav, in corsi rivolti a dirigenti e allenatori e confesso che questi giorni di confronto pubblico mi hanno insegnato più cose utili per quel ruolo di quante ne trovi solitamente in un caso di studio preparato a tavolino. Le lascio qui, perché forse sono utili anche a chi, come me, ha il compito di formare chi sta a bordo campo.
La prima è che va allenata la capacità di leggere, prima ancora di quella di giudicare. Prima delle regole, serve la soglia percettiva: capire cosa sia già oltre il limite e cosa no, spesso non è ovvio per chi ci è dentro tutti i giorni.
La seconda è che la fiducia, quella costruita in anni di rapporto, non è solo una protezione. Può diventare anche un fattore di rischio, perché è proprio dove ci si fida di più che si tende a minimizzare, a leggere come “carattere” quello che altrove salterebbe subito all’occhio.
La terza è che grinta e competenza non sono sinonimi. Chi alza la voce, spesso, lo fa perché non ha altri strumenti per correggere un errore. Un allenatore che sa davvero cosa insegnare, normalmente, non ne ha bisogno.
La quarta riguarda il silenzio: un atleta, soprattutto giovane, raramente segnala da solo un comportamento scorretto, non per mancanza di coraggio ma perché la sua carriera dipende proprio da chi dovrebbe denunciare. È lo squilibrio di potere strutturale di cui parlavo sopra, e spiega meglio di qualsiasi articolo di legge perché serva una figura di riferimento accessibile dentro ogni società.
La quinta, forse la più pratica per chi gestisce un piccolo club con poche risorse: il safeguarding non va raccontato solo come un obbligo normativo, ma come una leva di qualità. Per un genitore che sceglie dove portare un figlio a fare sport, sapere che una società ha una figura dedicata alla tutela è un elemento di fiducia concreto, non diverso dal sapere che c’è un defibrillatore o un primo soccorso adeguato.
Il messaggio che resta
La cultura sportiva non si misura solo nei momenti in cui tutto funziona. Si misura in come reagiamo quando qualcosa non rappresenta i valori che diciamo di voler trasmettere. Il singolo episodio, quello specifico, avrà il suo percorso nelle sedi competenti, e giustamente non tocca a me né ai social stabilirne l’esito.
Ma la conversazione che ha generato, fatta di accordi, disaccordi, domande scomode e anche qualche critica a me stesso, è la prova che questi temi non riguardano una sola persona o un solo episodio.
Riguardano il modo in cui, ogni giorno, costruiamo ambienti e culture in cui chi fa sport possa crescere sentendosi rispettato prima ancora che vincitore.