Coaching

Amo il coaching e forse l’ho sempre amato perché nel mio modo di essere e di vivere come giocatore, capitano e poi come allenatore nel mondo della pallavolo e dello sport, ho sempre creduto nel potenziale che era dentro i miei compagni e di chi lavorava come me ed il coaching è proprio questo, ovvero un’arte maieutica che significa portare a galla, portare fuori tutto il potenziale che hanno le persone vicino a te.

Il coaching ha una storia molto antica ma fondamentalmente il coaching moderno nasce da Gallwey, il primo coach statunitense che ha iniziato a lavorare con questo metodo che valorizza quelli che sono sia gli individui sia il team, però con una fondamentale differenza rispetto ad altri metodi motivanti cioè non è un dire agli altri cosa fare, come fare per essere migliori, ma soprattutto attraverso le domande e quindi l’ascolto, l’accoglienza delle persone che lavorano con te e l’autenticità - quindi senza nessun tipo di inganno - si può portare veramente quello che è il loro potenziale interiore all’esterno finchè loro stessi possano esprimersi per tutto quello che valgono.

Questo è il coaching che mi ha affascinato, è un’arte usata soprattutto nei Paesi anglosassoni e dalle multinazionali perché ognuno di noi ha veramente tanto ancora dentro da esprimere; nel momento in cui cominciamo a crederci e abbiamo un bravo coach - io è quello che provo a fare e l’essere coach è stata tutta la mia vita - è proprio fare emergere quelle qualità in più, quel potenziale in più per usare tutto il talento che abbiamo nella nostra professione, nello sport, nella vita e ovunque noi agiamo in relazione con altre persone.
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