Coach maieutico

Amo il coaching e forse l’ho sempre amato perché nel mio modo di essere e di vivere come giocatore, capitano e poi come allenatore nel mondo della pallavolo e dello sport, ho sempre creduto nel potenziale che era dentro i miei compagni e di chi lavorava come me ed il coaching è proprio questo, ovvero un’arte maieutica che significa portare a galla, portare fuori tutto il potenziale che hanno le persone vicino a te.

Il coaching ha una storia molto antica ma fondamentalmente il coaching moderno nasce da Gallwey, il primo coach statunitense che ha iniziato a lavorare con questo metodo che valorizza quelli che sono sia gli individui sia il team, però con una fondamentale differenza rispetto ad altri metodi motivanti cioè non è un dire agli altri cosa fare, come fare per essere migliori, ma soprattutto attraverso le domande e quindi l’ascolto, l’accoglienza delle persone che lavorano con te e l’autenticità - quindi senza nessun tipo di inganno - si può portare veramente quello che è il loro potenziale interiore all’esterno finchè loro stessi possano esprimersi per tutto quello che valgono.

Questo è il coaching che mi ha affascinato, è un’arte usata soprattutto nei Paesi anglosassoni e dalle multinazionali perché ognuno di noi ha veramente tanto ancora dentro da esprimere; nel momento in cui cominciamo a crederci e abbiamo un bravo coach - io è quello che provo a fare e l’essere coach è stata tutta la mia vita - è proprio fare emergere quelle qualità in più, quel potenziale in più per usare tutto il talento che abbiamo nella nostra professione, nello sport, nella vita e ovunque noi agiamo in relazione con altre persone.
Fare Coaching per me significa essere un coach trasparente al fine di far emergere maieuticamente, vale a dire tirando fuori, negli altri, come professava il filosofo Socrate, tutto il potenziale che essi sono e che non sanno ancora di essere, riducendo al minimo le “interferenze” interiori, studiate ed esposte dal fondatore del Coaching moderno Timothy Gallwey in quello che egli stesso ha definito “inner game” o gioco interiore.

Le prime tracce di Coaching le troviamo nel quarto secolo prima di Cristo nel  dialogo “Teeteto” tra i filosofi Platone e Socrate in cui quest’ultimo afferma: “Interrogo gli altri, ma poi io stesso non manifesto nulla su nessun argomento (…) non sono affatto sapiente in qualche cosa, né ho alcuna scoperta che sia come un figlio generato dalla mia anima. Ma di quelli che mi frequentano (…) fanno progressi così straordinari, che se ne rendono conto essi stessi, ed anche gli altri. E questo è chiaro: da me non hanno mai imparato nulla, ma sono loro, che, da se stessi, scoprono e generano molte cose belle”.

Altra parola chiave che ha ispirato la mia scelta di studiare il coaching è l’arte della maieutica, così definita dal vocabolario della lingua italiana Zingarelli: “Consiste nel mettere in grado l’allievo, mediante il dialogo, di acquisire progressiva consapevolezza della verità che è dentro di lui.”

Nel 1974 negli USA, dopo 2500 anni, un professore universitario di Harvard, nonché allenatore di tennis, Timothy Gallwey scrive il libro “The Inner Game of Tennis”.  L’illuminazione che ci arriva la possiamo leggere nelle sue parole: “L’avversario che si nasconde nella nostra mente è molto più forte di quello che troviamo dall’altra parte della rete”. Gallwey, con una semplice formula, aveva descritto l’essenza del Coaching così:
 
PRESTAZIONE = POTENZIALE - INTERFERENZE

 
Chi comprende l’illuminazione di Gallwey e ne sviluppa l’idea è il pilota Inglese di automobilismo John Whitmore che nel 1992 scrive il libro “Coaching for Performance” definendo in questo modo il Coaching: “Liberare le potenzialità di una persona perché riesca a portare al massimo il suo rendimento; aiutarla ad apprendere piuttosto che limitarsi ad impartire insegnamenti.” Whitmore si concentra sull’allenamento del potenziale attraverso domande efficaci che il coach pone al suo cliente seguendo il modello G.R.O.W. come sequenza ideale delle domande che un coach dovrebbe porre durante un intervento:oal: verificare e fissare l’obiettivo.
R eality: verificare la realtà.
O ptions: verificare le opzioni.
W hat: verificare che cosa si deve fare. WHEN: quando farlo. WHO: chi deve farlo. WILL: volontà di farlo. 

Grazie agli studi di Martin Seligman e C. Peterson sulla Psicologia Positiva, che mette al centro dei propri studi la felicità umana ed il benessere soggettivo soffermandosi sui concetti di virtù e potenzialità, il metodo del coaching è stato arricchito in maniera determinante, soprattutto dal punto di vista teorico.  Carol Kauffman, psicologa e coach della Harvard Medical School, definisce la Psicologia Positiva come “La scienza che va al cuore del Coaching (…) e che fornisce una base robusta, dal punto di vista teorico ed empirico, alla pratica del life e executive coaching.” (C. Kauffman in stober, Grant, a cura di 2006)


Cosa è il Coaching? Ecco alcune definizioni:
“Il coaching è un metodo di sviluppo di una persona, di un gruppo o di un’organizzazione, che si svolge all’interno di una relazione facilitante, basata sulla individuazione e l’utilizzo delle potenzialità per il raggiungimento di obiettivi di miglioramento/cambiamento autodeterminati e realizzati attraverso un piano d’azione”. (A. Pannitti, F. Rossi 2012)

“Il Coaching è un metodo di sviluppo della potenzialità dei singoli, dei gruppi delle organizzazioni che ha come fine ultimo l’alleanza con il proprio cliente nel percorso della sua autorealizzazione”.(Ass. Italiana Coach Professionisti.) 

“Il Coaching professionale è una partnership con i clienti che, attraverso un processo creativo, stimola la riflessione, ispirandoli a massimizzare il proprio potenziale personale e professionale”. (Federazione Italiana Coach.)

“Il Coaching in ambito professionale è un processo di accompagnamento di una persona o di un gruppo di persone al lavoro che ha come obiettivo l’ottimizzazione del potenziale degli individui”. (P. Angel P. Amar 2008)

“Il Coaching può essere definito come l’arte di favorire o accelerare un cambiamento personale.” (Fondazione Rui 2009).

“Per Coaching intendiamo una funzione di supporto allo sviluppo delle capacità possedute e delle potenzialità inespresse di un individuo in relazione ad uno specifico contesto” (L. Borgogni, L. Pettitta, 2008)

“Il Life Coaching personale è un processo collaborativo (cooperativo) focalizzato sulla soluzione e orientato sui risultati, applicato su una popolazione non-clinica, nella quale il coach facilita il cambiamento nelle esperienze di vita del coachee nei vari domini prestabiliti dallo stesso. (T. Albano, L. Gulimanoska, 2006)

Ho sempre pensato nella mia vita sportiva di atleta, allenatore e dirigente che la componente mentale fosse determinante almeno quanto la preparazione fisica, tecnica e tattica,  eppure il tempo dedicato al mental training in modo professionale rappresenta una minima parte nella preparazione dell’atleta.

Il Coaching mi ha insegnato un metodo di lavoro concreto che, in modo funzionale e strategico, mi permette di supportare e sviluppare il potenziale delle persone con le quali collaboro. Per me, essere un professional coach vale per lo sport, il lavoro e la vita personale in quanto agisce all’essenza dell’essere umano, facendo emergere tutto il potenziale e rendendolo veramente fruibile ad ognuno di noi.

 
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