Quest’oggi desidero ospitare sul mio blog Diego Dametto figlio di Giancarlo, mio compagno di squadra ai tempi della Panini. Il giovane Diego ha 26 anni e, dopo aver seguito il padre da una città all'altra, oggi studente di filosofia si è fermato da oramai un anno a Berlino.
Parlando con lui, mi ha spiegato che per non perdere la “bussola” in tutti i suoi frequenti spostamenti, ha scelto per sé due punti di riferimento. Il primo è il percorso di studi in filosofia presso l’università di Torino, il secondo è lo sport, praticato anche a livello agonistico. Seguendo queste due “bussole” ha tracciato un “mini” saggio sullo sport e i suoi valori. Entusiasta per quanto ho letto, ho deciso di condividere con voi il suo scritto, intitolato “Sport e valore. Un binomio su cui occorre far chiarezza”.
Augurandovi una buona lettura, vi lascio alle parole di Diego Dametto.
Buono sport a tutti.
Sport e valore. Un binomio su cui occorre fare chiarezza
“I valori dello sport sono essenziali per lo sviluppo della nostra società”, “lo sport è importante per la nostra società”, “occorre educare i giovani ai valori dello sport”. Quante volte abbiamo sentito oppure in prima persona sostenuto noi stessi tesi di questo genere! Sempre più spesso oggi si percepisce che lo sport è qualcosa di importante – che ha valore – per la nostra società e per l’educazione dei giovani in particolare. Lo dimostrano i programmi di educazione attraverso lo sport sostenuti dai ministeri, la proliferazione di associazioni e federazioni sportive dilettantesche, così come i progetti di sviluppo e cooperazione internazionale che tentano di portare aiuto e sollievo a popolazioni in difficoltà anche tramite lo sport.
Non solo questi fenomeni mostrano una crescente attenzione al binomio sport e valore, bensì anche alcune evoluzioni all’interno della società italiana ci impongono l’esigenza di concentrarci su questi due concetti. Lo sport ha assunto nell’economia del tempo dei giovani – sia all’interno, sia all’esterno delle scuole – un’importanza sempre maggiore. Sostituendosi o integrandosi progressivamente ad istituzioni quali la parrocchia, il “paese” o il “quartiere” lo sport ha assunto, e sembra destinato ad assumere in futuro, un peso ancora maggiore per la formazione delle persone e per l’organizzazione della loro vita. Lo sport crea integrazione tra individui, permette alle persone di incontrarsi, le unisce dandogli un interesse comune, così come al tempo stesso crea divisioni, gruppi, perfino mode e stili di vita (in proposito basta pensare al forte impatto degli “sport estremi” oppure del basket Nba nell’abbigliamento giovanile.). Diventando fenomeno – sempre più – di massa cambia il peso dello sport rispetto alla società ed il suo rapporto con essa.
Porsi la questione del binomio tra sport e valore sembra essere pertanto più che mai legittimo, così come fondata è la sensazione, che si coglie spesso nel linguaggio comune, che lo sport possa essere una risorsa da sfruttare per costruire una società migliore. Ma le parole, come si sa, si perdono al vento, rischiano di non affermare nulla e di finire nel vuoto. Affermare che lo “sport è un valore da difendere” se non si ha in mente un’idea chiara e distinta riguardo a che cosa sia lo “sport”, che cos’è un “valore” e sul perché sia nostro interesse difenderlo – e quindi avere un’idea relativamente precisa di quale sia una “società giusta”; senza un’intesa comune su questi fattori la discussione rischia di perdersi in vuoti proclami. In queste righe ciò che mi propongo di fare non è chiarire questi termini, non intendo proporre la mia visione ideale dello sport, dei valori e della società, non ne sarei in grado e sarebbe più che mai presuntoso; piuttosto mi sembrerebbe più interessante e urgente svolgere un lavoro preliminare alla determinazione di quei concetti, per poi lasciare ad ognuno la libertà di determinare da sé “cos’ha valore”.
Lungi quindi dall’idea di pontificare sui valori e sullo sport, vorrei cercare di dare il mio contributo per rendere chiarezza sul tipo di relazioni che si possono creare tra i termini sport e valore; insomma mi piacerebbe approntare le basi sulle quali può poggiare una discussione razionale attorno al binomio sport-valore. Non dirò quindi quali sono i (veri) valori, bensì – in maniera senz’altro parziale e discutibile – cercherò di illustrare che cos’è un valore; alla stessa maniera non intendo sviluppare un’analisi fenomenologica dello sport allo scopo di determinarne l’essenza e la sua funzione, piuttosto cercherò di illustrare quali possibili relazioni tra sport e valore è possibile immaginare.
In che modo possiamo dunque pensare l’interazione tra sport e valore? Nel momento in cui sempre più persone percepiscono che lo sport è, da un lato, un banco di prova, un “campo di allenamento” per l’interazione sociale, così come, d’altro canto, avvertono che lo sport ha in sé qualcosa di più, di “migliore” rispetto alla realtà dei rapporti sociali. Una frase mi sembra condensare bene quella doppia e contrastante tendenza: lo sport è scuola di vita e la vita ha ancora tanto da imparare dallo sport.
A parere di chi scrive questa galassia di percezione e opinioni si può riportare a due affermazioni fondamentali. La prima è quella secondo la quale lo “sport è importante per la nostra società”, la seconda sosterrebbe che “lo sport è un valore”.
Lo sport è importante per la nostra società
Cosa intendiamo dunque quando si afferma che “lo sport è importante per la nostra società”? Nell’affermare ciò sosteniamo che lo sport da un contributo che valutiamo positivamente per la prosecuzione, conservazione e miglioramento della nostra società o, per lo meno, di una certa visione ideale di essa. Sotto questa ala rientrano anche altre espressioni correnti quali “lo sport ha valore nella nostra società, perché…”, “lo sport è un esempio di civiltà”, oppure anche “lo sport esprime alcuni valori essenziali della nostra società”. Insomma, filo comune che lega queste espressioni è l’idea che lo sport “abbia valore”. Che cosa significa però “avere valore”? Proviamo a fare un po’ di chiarezza attraverso un esempio: un’automobile ha un valore di 10.000 euro. Come molti avranno già intuito, affermare che la macchina ha un valore significa misurare la macchina su un metro di misura esterno ad essa e comune a molte altre cose; in questo caso il denaro, in quanto valore economico, con cui si valutano tutte le merci. Un valore è quindi qualcosa sulla base della quale valutiamo ciò che ci si pone innanzi. In campo morale non è difficile trasporre questo esempio; se consideriamo l’amicizia un valore diventa chiaro che rispetto ad essa misuriamo le persone che ci circondano attribuendo ad alcune di esse, in virtù delle particolari relazioni sociali che intratteniamo con loro, il titolo di “amico”.
Quando affermiamo quindi che lo “sport ha valore” intendiamo per tanto sostenere che rispetto ad un metro esterno con il quale misuriamo il mondo, lo sport è qualcosa di valoroso, ossia “pieno di valore”. Facendo un passo ulteriore possiamo ricostruire la proposizione dalla quale siamo partiti: affermando che “lo sport è importante per la nostra società” riteniamo così che rispetto a dei valori che riteniamo centrali e cruciali per la nostra società – o per una società migliore che lottiamo per realizzare – lo sport è un ottimo esempio, un’incarnazione, particolarmente riuscita, di quei valori. Insomma, in tutti questi casi lo sport è misurato su qualcosa di esterno e “più grande” rispetto ad esso. Poniamo l’esempio che un’ipotetica società consideri “l’impegno” un valore centrale, in questo caso dato che lo sport è considerato come un’attività che richiede e che stimola ad “impegnarsi”, a spendere tutte le proprie energie per raggiungere un obiettivo, ne segue che lo sport sarà considerato importante nella misura in cui alleva quel valore, contribuisce a diffonderlo e radicarlo.
Questo modo di intendere lo sport trova il suo massimo esempio storico nella società greca. L’atleta olimpico era venerato nella misura in cui era modello di alcune virtù centrali per la paideia – che si potrebbe tradurre con i termini “formazione” ed “educazione” – del cittadino greco. Lo sportivo si allena, deve tenersi in “forma” ed è proprio l’espressione “essere in forma” a cogliere la virtù essenziale di cui lo sport era un nobile esempio. “Mettersi in forma”, “entrare in forma” indicano un rapporto attivo con se stessi, un’azione che l’individuo esercita su di sé; “darsi una forma” non significa tout court reprimere, bensì attribuire ad ogni impulso un proprio posto ed una propria dimensione. L’atleta attraverso l’allenamento giungeva ad essere padrone di sé e del proprio corpo; enkrateia è il termine greco che indica questa “forma attiva di padronanza di sé, che permette di resistere o lottare e assicurare il proprio dominio nell’ambito dei desideri e dei piaceri” (M. Foucault, Storia della sessualità 2. L’uso dei piaceri, Feltrinelli, Milano, 1984); solo vincendo gli istinti, le passioni e i desideri dentro di sé, è possibile vincere gli altri. L’agonismo della competizione sportiva è, per la società greca, soltanto un caso particolare di una forma di agonismo più generale e profonda che coinvolge l’individuo nella società. L’esercizio fisico, in cui lo sportivo eccelle, è un esempio particolare – di particolare “valore” – di una pratica – quella dell’enkrateia – che non è esclusiva dell’attività sportiva, bensì è centrale per l’intera società. Misurato sullo virtù dell’enkrateia, lo sport aveva valore per la società greca.
È possibile ancora oggi impostare un ragionamento di questo tipo? Lo sport può ancora essere misurato sui valori della nostra società? A tal scopo occorre prestare delle precauzioni particolari. Misurare lo sport rispetto a qualcos’altro comporta il rischio di snaturarlo, di fargli perdere la propria specificità. Questo problema è particolarmente evidente oggigiorno, dal momento in cui la società attribuisce sempre più importanza a valori – magari taciuti, magari in pubblico sminuiti, ma pur sempre perseguiti in privato – quali il “successo” e “l’affermazione ad ogni costo”. Costretto a misurarsi su quei valori, lo sport perde la propria peculiarità – che si potrebbe definire come perseguimento del successo attraverso un bagaglio circoscritto e condiviso con l’avversario di mezzi e strategie – e, in tal modo, corre il rischio di travalicare il confine tra il lecito e l’illecito. Si possono spiegare in questo modo fenomeni quali il doping, la corruzione arbitrale e svariati altri. Proprio perché lo sport “ha valore”, un valore economico in questo caso, viene snaturato, distorto dalla società e dai suoi valori.
Che cosa ne possiamo concludere? Misurare lo sport sui valori della nostra società – e non alludo soltanto al denaro – è un’operazione sicuramente rischiosa. Il rischio è quello di perdere la specificità dello sport, quella stessa specificità che, in talune altre occasioni, sentiamo essere un bene da conservare.
Lo sport è un valore
L’altro modo in cui possiamo intende l’interazione tra sport e valore è speculare alla prima. Se nel primo caso collocavamo i valori all’esterno dello sport e, a partire da quelli, “valutavamo” lo sport; in questo secondo caso consideriamo lo sport come un valore in sé, come qualche cosa che dev’essere preso a modello per rendere migliore la società nella quale abitiamo. Mi sembra essere questo ciò che si cerca di esprimere quando si afferma che “lo sport è un valore” oppure che “lo sportivo è un modello di comportamento”. In tal modo poniamo lo sport stesso a misura delle cose che ci circondano. Ad esempio, quando nel caso delle elezioni politiche si afferma che il candidato sconfitto “ammette sportivamente la sconfitta”. In questo, come in casi analoghi, si misura la condotta di una persona sulla base di una rappresentazione ideale dello sport e della maniera con cui, all’interno di un contesto sportivo, è accettata una sconfitta.
Lo sport stesso in questa seconda accezione diventa un valore. Ma un valore di un tipo particolare, nel senso che lo sport non è un ideale quale l’amicizia, il bene, l’onestà o altri simili. Il che significa che dello sport non possediamo una definizione e, in seconda istanza, degli esempi che, più o meno, spesso in maniera parziale, si avvicinano a quel ideale. Lo sport non sarebbe, a parere di chi scrive, un valore simile all’amicizia perché non esprime un sentimento, una pulsione primaria che avvertiamo verso gli altri. In maniera diversa, lo sport è un’istituzione, ossia un insieme complesso di regole che codificano una relazione sociale. Il caso dello sport inteso come valore si avvicina molto a quello della “famiglia”. Quando si afferma che la famiglia è un valore significa che la stimiamo come qualcosa di particolarmente importante e ci premuriamo di difenderla “avvolgendola” in un guscio protettivo: fatto di leggi, di agevolazioni economiche, di considerazioni pedagogiche o di semplici preferenze culturali. Si ritiene cioè che la famiglia, così come è costituita all’interno della propria società, è qualcosa di intoccabile, che non si debba modificare, anzi che occorre anche attivamente difendere dall’erosione provocata da fattori esterni quali il lavoro e il denaro, o semplicemente dal “tempo” e, con esso, il divenire delle mode e degli stili di vita. Insomma, quando si considera la famiglia – ma altrettanto vale per lo sport – un valore si pensa ad essa come una forma di interazione sociale tra persone che dev’essere difesa da altri tipi di rapporti sociali, poiché se fosse lasciata in balia degli eventi, potrebbe alterarsi e perdere il suo significato originario.
Se fin qui vale il paragone con la famiglia, dobbiamo però registrare una differenza centrale e specifica dello sport. Mentre sembra abbastanza evidente che chi sostiene i “valori della famiglia” lo faccia spinto dalla preoccupazione che quel tipo di valori e i rapporti tra i membri della famiglia possano essere corrotti da altri. Al contrario, quando è lo sport ad essere propagandato come un valore, lo si fa certo anche perché preoccupati che un determinato modo di “fare sport” vada lentamente perduto; al tempo stesso però si suppone che lo sport abbia qualcosa da dire anche al di fuori dei propri confini, che, dunque, quello che si apprende ed esperisce nell’interazione sportiva con compagni e avversari possa essere importante anche all’esterno di quell’isola felice che è lo sport.
Ad esempio di questa concezione possiamo citare i casi in cui lo sport è indicato come un modello di civiltà. Si prenda il caso della celebre immagine che ritrae Coppi e Bartali scambiarsi – non si sa chi a favore di chi – la borraccia. Evocare quell’immagine significa citare un esempio di fair play, di un’interazione agonistica tra due rivali regolata da un codice di condotta riconosciuto da entrambe le parti. Tuttavia quell’immagine è entrata prepotentemente nell’immaginario degli italiani non solamente perché è “un bel momento di sport”, bensì poiché aveva qualcosa da insegnare che travalicava i confini dello sport stesso. La rivalità Coppi-Bartali negli anni ’50 era stata infatti elevata ad immagine delle due anime in lotta nell’Italia di quegli anni: il democristiano Bartali contro il laico e comunista Coppi. Ciò che Coppi e Bartali hanno insegnato all’Italia di quegli anni è che si possono avere avversari, ma che l’avversario si vince entro le regole, non imbrogliando – con il doping – e neppure aggirando le regole ed approfittando di fattori casuali e contingenti – quale la possibilità di trovare un rifornimento d’acqua lungo il percorso. L’antagonismo non è una minaccia nella misura in cui può diventare agonismo. In quell’immagine di due sportivi che si scambiano una borraccia è racchiuso tutto ciò che lo sport, in quanto valore, è in grado di esprimere; richiamarla alla mente significa sia riconoscere che “quello” sport è in pericolo, che rischia di essere travolto e corrotto da altre forme di relazione sociale. Così come, difendere “quella” immagine dello sport ha anche un significato espansivo, poiché si ha la convinzione che qualsiasi relazione antagonistica, qualsiasi competizione – non solo sportiva – nella nostra società potrebbe essere improntata a quei valori e, se così fosse, avremmo una società migliore.
Il rapporto dello sport con la società
Siamo ora in grado di distinguere analiticamente due modi di intendere il binomio sport-valore. Nel primo caso lo sport è misurato rispetto a valori esterni ad esso, nel secondo è lo sport stesso ad essere considerato come un valore. Da queste considerazioni possiamo anche individuare due possibili relazioni tra sport e società: nel primo caso esisterebbe una continuità, nel secondo una rottura. Tuttavia, al di là di queste distinzioni analitiche, molto spesso sembra che ci sia la tendenza ad assumere una strategia intermedia: lo sport sarebbe in continuità con la società, se la società fosse quel che promette di essere; non realizzando quella premessa, lo sport è inteso come una rottura rispetto alla realtà concreta dei rapporti sociali.
In fin dei conti dunque, lo sport è spesso associato all’idea di valore perché – perlomeno rispetto alla realtà concreta dei rapporti sociali – è inteso come una rottura, come un’utopia nella quale l’antagonismo si trasforma in sano agonismo. Lo sport, fin dalle sue origini, è una pratica sociale che interrompe il normale corso dell’esistenza. Ce lo dice la parola stessa sport, che, come noto, deriva dal latino deportare che significa “asportare”, “esiliare”, “portare fuori dalle porte della città”. Fuori dalle mura della città, praticando sport, si possono dimenticare convenzioni, valori e scopi che la società ci impone per gareggiare con noi stessi e le nostre debolezze, così come con gli altri. In sostanza, lo sport ha il proprio scopo in sé, non è la società ad imporglielo; al pari della musica, dell’arte, della letteratura, della filosofia e della religione, non si fa sport per qualcos’altro se non per godere delle sensazioni che queste discipline ci regalano. Sotto questo punto di vista è uguale che si vinca il torneo della parrocchia o le Olimpiadi, che si faccia parte della squadra degli scapoli della propria azienda o della selezione nazionale, le emozioni e i legami che lo sport ci permette di esperire sono il frutto della struttura interna dello sport, non dell’attenzione che, dall’esterno, è data allo sport. A differenza dell’arte, lo sport potrebbe non avere ancora perso la sua aurea, impegnarsi per scongiurare questo pericolo è un compito per il quale vale la pena impegnarsi.